Dal MIT arrivano i cubetti autoassemblanti

22 ottobre 2013

Non sono cattivi come un T-800 (Terminator, 1984 diretto da James Cameron) ma sono mutanti, o meglio: autoassemblanti; non hanno sembianze da cyborg ma sono semplici mattoncini che fuoriescono dai laboratori di robotica del MIT.
Gli M-Blocks sono il frutto del lavoro di ricerca di Daniela Rus e Kyle Gilpin del Massachusetts Institute of Technology; si presentano come normali cubi con le faccie perfettamente liscie e ad una prima vista non destano nessuna curiosità fintantoché non si muovono…

E qui interviene l’idea alla base del loro movimento: un volano interno capace di girare a 20 mila giri al minuto che quando viene drasticamente arrestato trasferisce come forza angolare l’energia del movimento interno, determinando uno shock che lo porta a muoversi dalla sua sede. Ci pensano una serie di magneti disposti su ogni faccia del modulo (il cubetto) a posizionare perfettamente e solidalmente il cubo nella sua nuova sede.
I magneti garantiscono agli M-Blocks di rimanere nella nuova posizione statica senza ulteriore bisogno di energia esterna.

Ora immaginiamo che in dotazione ad ogni cubo vi siano delle telecamere per riprendere da punti di vista più disparati l’ambiente circostante, e magari grazie a sensori particolari rilevare temperatura, gas, umidità e cose del genere.
Si aprirebbero sipari e campi di attività dei più disparati ed inesplorati, tutto grazie alla facilità con cui gli M-Blocks cambiano forma come dei robot riconfigurabili.

L’università americana ha diffuso la notizia come annuncio da una pagina del suo blog a firma di Larry Hardesty, MIT News Office, rimandando la presentazione ufficiale della nuova macchina alla International Conference on Intelligent Robots and Systems (IROS 2013) che si terrà a Tokyo dal 3 all’8 novembre prossimo.

Attualmente i ricercatori del MIT stanno costruendo un esercito di 100 cubi, ciascuno dei quali si può muovere in ogni direzione, e dei necessari algoritmi per guidarli.
John Romanishin, un veterano ricercatore universitario, ha affermato: “Vogliamo che centinaia di cubi, sparsi casualmente sul pavimento, possano essere in grado di identificarsi l’un l’altro per fondersi assieme e trasformarsi autonomamente in una sedia, o una scala, o una scrivania, su precisa richiesta”.


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